L’Allenamento funzionale e le sue applicazioni nella prevenzione infortuni e riabilitazione sportiva

20/01/2017

Dott. Massimiliano Febbi - Dott. Luca Marin

Ogni giorno milioni di persone nel mondo si allenano per aumentare la  forza, la resistenza, la flessibilità, le abilità tecniche specifiche; moltissime di queste persone, senza saperlo, allenano le loro disfunzioni di movimento (1-2)! In pratica, il gesto atletico di questi sportivi, agonisti o amatori, è strutturato intorno a problemi preesistenti o a forme di compenso indotte dall’attività praticata con la inevitabile conseguenza che la mancata conoscenza di tale problema genera un circolo vizioso per cui più elevati sono i carichi di lavoro e maggiore è l’utilizzo dei pattern scorretti. Questi schemi errati alterano la “funzionalità del movimento”, inducendo una diminuzione della prestazione e un aumento dei rischi di infortunio (3–4).
Abbiamo volutamente virgolettato “funzionalità del movimento” perché è indubbio che in questi ultimi tempi la cosiddetta attività funzionale, finalizzata al recupero o all’allenamento, sia diventata uno degli argomenti di maggiore interesse/discussione tra ricercatori, riabilitatori, tecnici, atleti e praticanti dell’universo fitness. È altrettanto indiscutibile che, per le sue caratteristiche di “globalità”, questo tipo di attività sia stata fatta oggetto di innumerevoli interpretazioni teoriche a cui hanno fatto seguito altrettante tecniche ed esercitazioni. Pur utilizzando una grande varietà di esercizi e di applicativi, alcune di queste teorie/tecniche, se analizzate sulla base delle evidenze scientifiche, risultano funzionali soltanto ….a sé stesse!

A seguito di una simile affermazione, si rende pertanto necessario approfondire brevemente i concetti che stanno alla base del lavoro funzionale, per  utilizzarli correttamente nella pratica. Si conviene che la “Functional Theory”  in ambito riabilitativo, da osservazioni e ricerche effettuate agli inizi degli anni ’90 negli Stati Uniti e in Australia (5). L’assunto è che l’attività funzionale si basa sull’integrazione di sinergie “dimenticate” dalla maggior parte degli uomini moderni, ma fortemente impresse nella loro neuromatrix. Queste sinergie sottendono all’esecuzione/gestione di “movimenti fondamentali” come: rotolarsi (rolling), accovacciarsi (squatting), tirare (pulling), spingere (pushing), allungarsi in affondo (lunging), piegarsi (bending), girarsi (twisting), spostarsi (walking, running) (6). Tali movimenti si combinano opportunamente tra loro per consentire l’esecuzione di tutte le funzioni corporee; ad esempio, sollevare (lifting) o trasportare (carrying) oggetti sono movimenti complessi, ottenuti dalla combinazione di più movimenti fondamentali, che coinvolgono un numero importante di articolazioni, avvengono su più piani e a diverse velocità angolari (5-6). Eseguire efficacemente simili gesti consente di sviluppare una corretta vita di relazione e, in tempi ormai molto lontani, era addirittura alla base della sopravvivenza: si pensi infatti alla caccia, alla raccolta del cibo e….. alla fuga. Questa considerazione potrebbe in effetti spiegare il motivo dell’attenzione riservatagli dalla corteccia cerebrale e la necessità di un’attivazione fisiologica e globale durante l’esecuzione di un gesto. Il movimento avviene grazie alla corretta contrazione dei muscoli coinvolti, che lavorano organizzati in catene cinetiche, meglio definirle fisiologiche (7), e alla stabilizzazione fondamentale del core (8-9). Risulta indispensabile sottolineare l’importanza dei timing attivatori e della qualità del movimento; la sequenza di attivazione dei muscoli e l’intensità della loro contrazione devono essere necessariamente adeguate al compito da svolgere (1-2). Non ultima, bisogna considerare la necessità di coordinare in maniera ottimale tutte queste afferenze per trasformarle in comandi finalizzati a gestire tutte le funzioni precedentemente descritte. Questo richiede una buona percezione corporea, proprio-/entero-cettività, abbinata a patterns efficaci ed efficienti (10).

Ribadiamo, pertanto, che allenamento funzionale non vuol dire solo allenare il corpo per costruire livelli di forza muscolare, utilizzando i vari piani del movimento, ma significa anche allenare il sistema nervoso a raggiungere una funzione ottimale, consentendogli una efficiente e corretta attivazione del sistema muscolo-scheletrico mentre si trova in azione.
Spesso in ambito riabilitativo, il problema che viene riscontrato nel trattamento di alcune patologie, in modo particolare con gli atleti, non è relativo ad una mancanza di forza in alcuni gruppi muscolari, ma proprio ad una non corretta sequenza di attivazione (timing of activation). La naturale sequenza riabilitativa in ambito sportivo prevederebbe, dopo la correzione di eventuali problemi di timing, di arrivare a rendere il movimento automatico in modo – come si dice – pre-programmato.
Questi movimenti pre-programmati, o riflessi, vengono anche definiti programmi motori. La necessità di dover eseguire, in modo molto rapido, alcuni di questi programmi, data la complessità e la quantità di attività che vengono svolte in tempi rapidissimi (sequenza di contrazione, livelli di forza, velocità di contrazione) porta il cervello a compierle in modo automatico. Con la pratica, gli schemi motori che entrano a far parte del bagaglio di un atleta possono aumentare di numero e diventare sempre più complessi.

La domanda che dovremmo farci, allora, è relativa a come recuperare o migliorare tale fondamentale patrimonio di schemi motori.
Una risposta che spesso viene data (si tratta di una risposta di natura empirica) è la seguente: molti anni di pratica. Una risposta per così dire più scientifica e più complessa è quella di migliorare questi schemi attraverso il sistema del controllo del biofeedback.

Come è noto, ogni articolazione, muscolo, tendine e legamento del corpo umano contiene propriocettori. I propriocettori sono dei recettori sensori specializzati, localizzati proprio all'interno dei muscoli, delle articolazioni e dei tendini, che monitorizzano la lunghezza e la tensione del complesso muscolo-tendineo. Queste strutture danno al sistema nervoso centrale informazioni cinestesiche e sonestesiche, fornendo dati relativi al posizionamento del tronco e degli arti nello spazio, in situazioni statiche e dinamiche.

L’allenamento funzionale utilizza movimenti che simulano situazioni reali che si verificano nei gesti sportivi specifici, per mantenere e migliorare l'esecuzione di programmi motori complessi. Quindi, piuttosto che lavorare sui singoli muscoli, spingendoli ad agire indipendentemente l'uno dall'altro, in circostanze non-funzionali e non reali, come avviene con i metodi di allenamento tradizionali, l’allenamento funzionale allena anche il sistema nervoso, rafforzando le corrette sequenze di attivazione muscolare, i tempi di esecuzione e l'equilibrio complessivo.
Cosa dovremmo pertanto includere nei nostri programmi di riatletizzazione per renderli funzionali o ancora più funzionali?
  1. Sostituire esercizi a catena cinetica aperta con esercizi a catena cinetica chiusa: questo perché gli esercizi a catena cinetica chiusa prevedono un carico propriocettivo maggiore, coinvolgendo più gruppi muscolari ed articolazioni nello stesso tempo, e tendono ad essere più similari ai movimenti utilizzati durante le situazioni reali o sportive.
  2. Aggiungere esercizi per il core, anche con l'utilizzo della physioball, Bosu, Trx, ecc. L'utilizzo di questo tipo di attrezzi, che forniscono una superficie instabile o di equilibrio alterato, mette il sistema nervoso in condizione di attivare meglio i muscoli stabilizzatori (per esempio, i multifidi nella parte lombare della colonna vertebrale), mentre si svolgono contemporaneamente azioni che coinvolgono i muscoli degli arti inferiori.
  3. Impegnarsi per realizzare una sequenza logica nella somministrazione degli esercizi, creando cioè un continuum a partire da attività meno funzionali (più facili) per arrivare ad altre più funzionali e certamente più specifiche (ed anche più difficili) (12 ).
Una prima organizzazione delle attività cosiddette funzionali dovrebbe comprendere:
  1. esercizi per la parte inferiore del corpo;
  2.  esercizi per la parte superiore del corpo;
  3. esercizi per il rafforzamento del core (Boyle), privilegiando esercizi multiarticolari,  come lo squat, gli affondi, il power clean modificato.
Un ulteriore passaggio potrebbe essere quello di passare in progressione da azioni  bipodaliche ad azioni monopodaliche, inserendo movimenti rotatori e superfici instabili. Questo processo, in alcuni casi, può rappresentare un livello di controllo motorio che - una volta raggiunto (pensiamo ad esempio all’esercizio di squat unilaterale, su superficie instabile) - può darci, a livello valutativo, un’indicazione importante sul recupero del soggetto. Al tempo stesso, il medesimo esercizio può essere mantenuto ed integrato nella progettazione dell’allenamento futuro, come solida base anche per la prevenzione degli infortuni.

Capita spesso di sentir parlare di allenamento funzionale in maniera non propria e anzi addirittura a sproposito, specie quando lo si individua come una panacea, come la soluzione per tutti i problemi, dimenticando che tale metodica non può sottrarsi ai principi fondamentali che regolano la cosiddetta scienza dell’allenamento e che quindi deve essere somministrato secondo un modello di organizzazione ben preciso e non casuale, valutandone opportunamente l’intensità e scegliendo gli esercizi in modo corretto, per massimizzare i risultati in ambito sia preventivo che riabilitativo, e ponendo la dovuta attenzione a che la difficoltà delle esercitazioni che proponiamo non comporti mai il mettere a rischio la salute del nostro atleta-cliente. Sarebbe da stolti proporre esercitazioni estreme più vicine al circo che ai modelli di prestazione, con i quali ci troviamo a lavorare.

Quindi allenamento funzionale sì, ... ma con il cervello!
 
BIBLIOGRAFIA
  1. Sahrmann SA, Diagnosis and treatment of movement impairment syndromes, Mosby Elsevier, 2002
  2. Comerford MJ, Mottram SL, Movement and stability dysfunction – Contemporary  developments. Manual Therapy 6: 15-26, 2001
  3. Mcgill SM, Grenier S, Kavcic N and Cholewicki J, Coordination of muscle activity to assure stability of the lumbar spine, J Electromyography and Kinesiology, 13:353 – 359, 2003
  4. Liebenson C, Spinal Stabilization – an update, Journal of Bodywork and Movement Therapies, 2004
  5. Andorlini A, Introduzione all’allenamento funzionale, Scienza e Sport n°10, 2011
  6. Boyle M, Functional Training for Sports. Champaign, IL: Human Kinetics, 2003
  7. Busquet L, Le catene muscolari, Editore Marrapese, Roma 1993
  8. Cook G, Athletic Body in Balance, Champaign, IL: Human Kinetics, 2003
  9. Juluru J, Mcgill S, Intra-abdominal Pressure Mechanism for Stabilizing the Lumbar Spine, Journal of Biomechanics 32 (1999), 13-17
  10. Schilder P. Immagine di sé e schema corporeo. 1973
  11. Spina A, Functional Training in the sports, www.functionalanatomyseminars.com
  12. Boyle M,   Advances in Functional Training,  24-25, 2011
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